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Signor Presidente…

Signor Presidente,
le scriventi associazioni sindacali delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad ordinamento militare si vedono costrette a fare appello alla Sua sensibilità, con il profondo rispetto che merita quale Rappresentante dell’unità nazionale e Comandante Supremo delle Forze Armate.
Quanto sopra per parteciparLe il grande rammarico nel constatare che il processo attuativo della sentenza 120/2018 della Corte Costituzionale e le procedure di normazione della relativa disciplina, propedeutiche a delineare, in modo organico, la materia della costituzione e dell’operatività delle associazioni sindacali tra militari, non viene minimamente agevolato dai vertici dei dicasteri competenti, dalle Amministrazioni e persino dalla Commissione Difesa.
In quest’ultima in particolare, nonostante i contributi qualificati forniti in occasione delle audizioni dalle associazioni già costituite e vieppiù da illustri giuristi, si assiste ad una continua e palese ostracizzazione, con la presentazione e l’approvazione di proposte emendative al disegno di legge 875 ed abbinati, i cui contenuti sono molto discutibili sotto l’aspetto giuridico, nonché fortemente penalizzanti rispetto alla possibilità di consentire un pieno esercizio dei diritti di associazioni dei militari.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 120/2018, ha riconosciuto in maniera cristallina il diritto all’associazionismo dei militari, specificando che tali associazioni siano operative sin dalla loro costituzione, seppur nelle materie già previste per gli Organismi della Rappresentanza Militare, non dopo l’approvazione di una legge ordinaria, con una chiara disciplina transitoria per consentire l’ordinato svolgimento del processo normativo.
Questo processo di reale cambiamento, purtroppo, non sta avvenendo e, nonostante sia trascorso circa un anno dalla sentenza, non è stata ancora elaborata nessuna disciplina qualificata di diritto interno, frutto di un tavolo di confronto paritetico, finalizzata a dare un’adeguata e certa operatività alle associazioni. Solo un continuo svilimento della reale dimensione che dovrebbe assumere l’associazionismo sindacale, cercando di proporre un vacuo surrogato degli attuali organismi della Rappresentanza Militare.
Allo stesso modo, non è stata ancora elaborata la citata disciplina transitoria, propedeutica alla piena operatività delle associazioni sindacali già ufficialmente costituite; solo delle fumose ed inique “disposizioni iniziali” che hanno lo scopo di ostacolare e rendere impossibile qualsiasi tipo di iniziativa, di impedire anche il semplice dialogo con i nostri colleghi, sempre più interessati all’argomento ma diffidenti e timorosi, poiché temono di essere additati, come accade a noi quasi quotidianamente, come reazionari, come sovvertitori del naturale ordine delle cose o peggio temono
di essere visti dai propri colleghi e concittadini come dei questuanti del posto fisso, come purtroppoci è stato detto in maniera strumentale alla competizione elettorale per le prossime elezioni europee.
Con il giuramento prestato, il personale militare ha manifestato, inequivocabilmente, la propria fedeltà alla Repubblica, che non viene messa mai in discussione, ma assistere passivamente ed ingiustamente alla mortificazione dei propri diritti, nonostante le battaglie democratiche fatte nel corso degli anni, addolora profondamente e rischia di lasciare sul campo un personale fortemente demotivato, proprio perché colpito e svilito, a causa di un eventuale mancato riconoscimento dei giusti diritti, nella dignità di uomo e di donna, nonché di servitore dello Stato.
Per tutte queste ragioni, Signor Presidente, riteniamo necessario un Suo autorevole interessamento in questa delicatissima fase, per fare in modo che nascano organismi funzionali, di natura sindacale, con reali poteri rappresentativi e rispettosi dei principi fissati dalla nostra Costituzione, che possa fornire un reale contribuito al mantenimento della sicurezza interna ed esterna del Paese, nel pieno riguardo dell’operatività e dei ruoli di Comando dei vertici militari, secondo i principi richiamati dalla Corte Costituzionale con la già citata sentenza; questo e soltanto questo è il modello di rappresentanza sindacale accettabile e congruente con i principi costituzionali citati ma in caso contrario ci vedremo costretti a rimettere a Lei i nostri Statuti costitutivi per dirimere in maniera definitiva ogni dubbio o lacuna sulla materia.
Le chiediamo altresì, compatibilmente con i suoi molteplici impegni, di poter essere da Lei ricevuti, al fine di esporLe in maniera diretta le nostre iniziative e progetti e le forti preoccupazioni, poste alla base del nostro accorato appello, nella piena convinzione che lo stesso sia profondamente
giusto, proprio perché riguarda il futuro ed la rispettabilità di centinaia di migliaia di uomini e donne che garantiscono la sicurezza e la difesa interna ed esterna del nostro Paese e che meritano di vedersi riconosciuto un dignitoso e pieno esercizio dei diritti e delle libertà che la Corte Costituzionale ha richiamato nella sentenza innanzi menzionata, un provvedimento che non radica le proprie ragioni solo nelle fonti del diritto nazionale ma anche e soprattutto in quello europeo ed internazionale.
La ringraziamo sin d’ora per il prezioso tempo che ci vorrà concedere, certi di un Suo autorevole riscontro e le porgiamo deferenti cordiali saluti.

Comunicato ufficiale.


Tutto cambia perché nulla cambi: i sindacati militari e l’apparente non volontà politica di renderli veramente agibili

(di Antonino Duca) Era nell’aria da tempo, dalle sentenze della Corte EDU che condannò la Francia, alla “Risoluzione Europea per la difesa comune” del Parlamento Europeo, che rivolse l’ennesimo invito agli Stati membri a riconoscere il diritto del personale militare a formare e aderire ad associazioni professionali o sindacati, fino alla sentenza della Corte Costituzionale n. 120 del 2018 che, dichiarando parzialmente illegittimo l’art. 1475 co. 2 del Codice dell’ordinamento militare, determinò, per i cittadini italiani in uniforme, il riconoscimento del diritto di associazione in sindacati al fine di tutelare i propri interessi soggetti e collettivi.

Dagli anni settanta, dopo le “Norme di principio sulla disciplina militare” che diedero ai cittadini con le stellette i diritti civili e politici presenti nella Costituzione repubblicana e, pertanto, l’accettazione del concetto di “diritto” nelle Forze Armate (1), la questione del esercizio del diritto dei militari di costituire sindacati è rimasta politicamente appannaggio di pochi. Oggi no, infatti con una sentenza che demanda al legislatore il compito colmare il gap che vede l’attuale coesistenza tra rappresentanze e sindacati militari, sembrerebbe che tutte le forze politiche vogliano determinare il proprio fattivo contributo alla causa. Ma è così?  Per carità tutto legittimo e meritorio, il problema sta nel fatto che, a quanto pare, non vi sia la reale volontà di dare ai militari un sindacato che possa veramente essere uno strumento di tutela, bensì di dare, solo ed esclusivamente,  la possibilità di esistere e sostanzialmente di avere le stesse prerogative e gli stessi strumenti, no nella forma bensì nella sostanza,  della Rappresentanza Militare.

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? Sembrerebbe di si. Eppure sarebbe bastato riconoscere ai militari le stesse norme sull’esercizio del diritto sindacale attagliate per la Polizia di Stato, atteso che il concetto di “smilitarizzazione”, in virtù della sentenza 120/2018 della Corte Costituzionale, non è più la conditio sine qua non per aver riconosciuto il diritto di associazione sindacale e che, pertanto,  in un futuro prossimo potrebbero risultare fondate, cosa che nella sentenza 449/1999 della Corte Costituzionale non potevano essere (2), eventuali doglianze atte a dimostrare un eventuale disparità di trattamento tra gli operatori del comparto difesa e sicurezza in merito, appunto, all’esercizio del diritto di associazione sindacale.

Sarebbe bastato poco, invece no. Inutile dire che al principio di questa vicenda in pochi gridarono allo scandalo, era già evidente con le prime proposte di legge, che qualcosa non quadrava. Addirittura qualcuno accusò la Rappresentanza Militare di voler far saltare il banco, quando in audizione in commissione difesa nel febbraio scorso chiese quale punto di partenza della discussione l’estensione delle norme della Polizia di Stato in tema di esercizio del diritto sindacale, fino ad assistere a una continua pantomima su “come viene fatta una legge”, che “non ci si deve preoccupare”, che “tutto andrà per meglio”, anche con l’ausilio di qualche associazione sindacale nascente che sosteneva i disegni di legge (cosa ci avrebbero fatto con un sindacato no monco, di più, non è chiaro). Infine è venuta fuori fuori la proposta 875 “restyling” (3) degna delle peggiori aspettative, con tutto quello che c’era di peggio già nella  versione precedente, ma con ulteriori elementi condivisi in un comitato ristretto che sviliscono ancor più una  proposta di legge che già avrebbe consegnato uno strumento deficitario: basti pensare all’idea di sottendere l’autonomia del sindacato ad una precisa istanza di asseverazione o, ancor peggio,  di sottendere l’autonomia nell’operatività dell’azione sindacale “nel rispetto dei principi di coesione interna, neutralità, efficienza e prontezza delle Forze armate e dei corpi di polizia ad ordinamento militare”. Per carità, nulla contro a detti principi, qui nessuno ha intenti reazionari (sia chiaro!), il problema è che ad oggi, nel diritto militare, questi principi non hanno contrappesi ben definiti, godono di estrema indeterminatezza e creano, a volte, situazioni  giudico amministrative discutibili. Pertanto, in virtù di ciò, potrebbe accadere, ma è solo un esempio, che un sindacato particolarmente attivo, che svolge il proprio compito a tutela degli iscritti, magari in disaccordo con quanto determinato dal Ministro della Difesa, in nome dei principi su menzionati, appunto molto ampi e indeterminati, potrebbe esser privato da quest’ultimo del diritto a operare, travolgendo di conseguenza anche il diritto degli iscritti di essere rappresentati dal sindacato scelto.

Questi sono solo alcuni esempi, l’elenco sui motivi per il quale ci sarebbe bisogno di aprire un serio dibattito nel merito è lungo, oltre al fatto che più si scorre sugli emendamenti e più aumentano le perplessità.

Si potrebbe dire: “tutto qui”?  Ma assolutamente no. In mezzo a questa vicenda dai livelli entropici particolarmente alti, tra sindacati militari si, sindacati miliari no e sindacati vorrei ma non posso, arriva l’ennesima intromissione di quello che oggi è un aspirante europarlamentare già noto per aver paragonato la Rappresentanza Militare a un virus e i sindacati a metastasi(3), che in un accorato comizio di qualche giorno fa sparava a zero contro tutto e tutti definendo, cito testualmente,“la sindacalizzazione, un provvedimento che potrebbe trasformarsi nella smilitarizzazione dei militari passata in silenzio, una ventata  di pari opportunità che ci ha consegnato delle immagini che fino a qualche tempo fa sarebbero state oggetto di sanzioni disciplinari o penali e che invece oggi vengono salutate come una grande rivoluzione culturale che pare voler trasformare in tanti Checchi Zalone in cerca di posti fissi quella che dovrebbe essere la nostra migliore gioventù(4).

Con tutto il rispetto, si commenta da solo. E dire che il suo il discorso non iniziava nel peggiore dei modi, anzi, era molto sentito e patriotticamente ineccepibile, solo che ad un certo punto sembrava non ricordare alcuni passaggi oggettivamente importanti che gli si potevano suggerire. Infatti sembrava non  ricordare che l’Italia consegnata dai soldati, come ha ben detto, è anche un Italia democratica, da cui è nata la Carta Costituzionale baluardo del diritto e dei diritti.  Sembrava non ricordare che  i soldati, in nome di quella Costituzione, servono  il loro paese fino l’estermo sacrificio; soldati che oggi, pur vedendo riconosciuto l’ennesimo diritto si trovano a non poterlo esercitare al meglio; soldati che sono collaboratori attivi e non semplici esecutori; soldati che non sono più ciechi obbedienti, ma professionisti leali e consapevoli; soldati orgogliosi della propria uniforme ma che, molte volte, trovano un muro d’indifferenza e restano soli; soldati che aspettano anni prima di avere una serenità lavorativa;  soldati che con quell’uniforme lasciano  gli  affetti  e molte volte perdono la famiglia che fa fatica a capire l’amore per quell’uniforme; soldati che, nel silenzio e nell’indifferenza, vanno avanti nella battaglia quotidiana della malattia causata da sostanze a cui non sapevano di essere esposti; soldati che a causa di quelle sostanze oggi non ci sono più. Sembrava non ricordare…

Che dire, parafrasando un noto detto siculo: Il pane è oggettivamente duro e il coltello non ne vuole proprio sapere di tagliare. Non ci sono altri modi per definire la situazione attuale che vede le compagini, politiche e non,  impegnate in quella che è l’alba della costituzione dei sindacati militari.  È evidente che vi sia una oggettiva mancanza di coraggio della politica a dare ai militari un vero strumento di tutela che si possa definir tale. Ma staremo a vedere, chissà ci sorprendano. Certo è che qualcuno sosteneva che la legge doveva essere fatta e subito, ma se questi sono i presupposti a che serve? O meglio, a chi serve?

1. “In ogni caso, con questa legge, seppur con qualche limite, si estendevano finalmente ai cittadini con le stellette i diritti civili e politici presenti nella Costituzione repubblicana e, fino ad allora, tenuti fuori dal mondo militare. E già la mera accettazione del concetto di “diritto” era in se un cambiamento epocale per le Forze Armate, basta leggere come veniva considerata la possibilità dell’esercizio di un diritto in una sentenza del Tribunale Supremo Militare “[…] Di proposito il codice penale militare di pace non contempla l’esercizio di un diritto, perché in materia militare non esiste l’esercizio di un vero e proprio diritto, ma piuttosto l’esercizio di facoltà che si risolvono in definitiva nell’adempimento di un dovere.” Sentenza T.S.M. 10.02.53 r. Camporese in “Archivio Penale”, 1954, II p. 134, citata in A. Bevere, R. Canosa, A. Galasso, in.; pag 109 . “LA RAPPRESENTANZA MILITARE E RELATIVE PROPOSTE DI RIFORMA” GiovanniPalantra (http://www.sergenti.it/sgt/images/pdf/tesi-giovannipalantra.pdf)
2. Corte Costituzionale, sentenza 449/1999 “4. Il Consiglio di Stato invoca l’art. 3 della Costituzione, denunciando la disparità di trattamento fra gli appartenenti alle Forze armate e quelli della Polizia di Stato, ai quali il legislatore ha invero riconosciuto, per quanto entro precisi limiti, la libertà sindacale, escludendo non solo il diritto di sciopero, bensì anche le azioni che, effettuate durante il servizio, possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o le attività di polizia giudiziaria (artt. 82, 83, 84 della legge n. 121 del 1981). Osserva conclusivamente la Corte che – perseguendo un delicato bilanciamento tra beni di rilievo costituzionale – il legislatore ha sì riconosciuto una circoscritta libertà sindacale, ma ciò ha disposto contestualmente alla smilitarizzazione del corpo di polizia, il quale ha, oggi, caratteristiche che lo differenziano nettamente dalle Forze armate. Non può quindi invocarsi la comparazione con la Polizia di Stato per la diversità delle situazioni poste a confronto, sì che pure la censura mossa con riferimento all’art. 3 deve essere disattesa, al pari di quelle riguardanti gli artt. 39 e 52, terzo comma, della Costituzione.” http://www.giurcost.org/decisioni/1999/0449s-99.html
2.Resoconto.Commissione11Aprilehttp://documenti.camera.it/leg18/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2019/04/11/leg.18.bol0174.data20190411.com04.pdf
3. “…Consigli di Rappresentanza. Questi ultimi sono il virus dal quale, a sentire le più recenti notizie, starebbero per disseminarsi le metastasi della sindacalizzazione delle Forze Armate, fino ad oggi e non a caso ancora parzialmente efficienti e sostanzialmente disciplinate.” http://www.destra.it/m-bertolini-il-disarmo-anche-morale-delle-nostre-forze-armate/
4.https://infodifesa.it/generale-bertolini-alle-europee-forze-armate-umiliate-da-sottoalimentazione-e-sindacalizzazione-tanti-checchi-zalone-in-cerca-di-posto-fisso/


“Noi soldatesse gliela faremo vedere al nemico”. Bufera sulla pubblicità sessista. Il S.A.M. presenta una denuncia

La pubblicità sessista segna le differenze di genere ed il marketing coinvolge ogni mezzo, radio, televisione ed internet. Se da un lato alcuni dei grandi brand cercano di prestare attenzione al tema, alcune piccole imprese, purtroppo, sono più inclini a tralasciare la delicatezza del caso.

La denuncia dell’ennesima pubblicità sessista arriva dal Sindacato Autonomo Militari che ha segnalato alle autorità competenti la pagina Facebook di una società di Soft Air, nella quale veniva pubblicata un’immagine di repertorio, già visibile su alcune riviste della Difesa, di due militari donne, con il commento “Noi soldatesse gliela faremo vedere al nemico…eventualmente toccare…”.

 

La pagina – si legge nella denuncia del S.A.M. – dopo una breve sospensione è stata riattivata dopo poche ore e l’immagine rimossa con il seguente post “Una delle ragazze ritratte nella foto del post satirico sulle soldatesse “che gliela fanno vedere al nemico” ci ha chiesto personalmente e cortesemente di rimuovere l’immagine e noi, com’è giusto e opportuno in questi casi, l’abbiamo accontentata. Buona giornata a tutti e… take it easy! ”.

Secondo il S.A.M. non sarebbe la prima volta che la stessa azienda utilizza immagini sessiste per pubblicizzare i propri prodotti. Nella circostanziata denuncia del Sindacato Autonomo Militari, infatti,  si sottolinea come sulla stessa pagina vengano riportate più circostanze sessiste della medesima natura sempre rivolte a militari donne in divisa, quali “«Allora, smidollati… c’è tra di voi un fottuto volontario che abbia voglia di farmi sentire donna per Pasqua?… Ehi, sono una war girl, mica cazzi…»” .

Il S.A.M. dunque ha raccolto ed evidenziato i comportamenti sessisti che rappresentano un’offesa diretta alle donne militari, oggetto di apprezzamenti tipicamente di natura sessuale e presentato una formale denuncia alle autorità.

Articolo da Infodifesa.it


Stabilizzazione dei precari e legge sui sindacati militari: richiesto incontro urgente con il Ministro della Difesa

In data 13 Aprile, il  Sindacato Autonomo dei Militari – SAM quale organismo di tutela degli interessi  soggettivi e collettivi del personale militare, ha richiesto un incontro urgente con il Ministro della Difesa Dott.ssa Elisabetta TRENTA, al fine di trattare le molteplici tematiche riguardanti il personale,  tra le  quali la prossima legge che regolamenterà l’esercizio dei diritti sindacali e la situazione attuale relativa agli arruolamenti. In particolare, in riferimento all’ultimo bando d’arruolamento del personale in servizio permanente nell’Esercito Italiano, il SAM,  con rammarico, prende atto che i numeri stanti al bando dei medesimi corsi di arruolamento in questione non garantiscono una stabilizzazione di tutto il personale precario. Detto personale, con 8/9 anni di servizio e altamente qualificato, merita una certezza nella stabilizzazione lavorativa, certezza che, stante i numeri, ad oggi non c’è. 


I MILITARI VOGLIONO UN SINDACATO, NO UN SINDACATO VORREI MA NON POSSO

 
Siamo alle solite, l’iter di una proposta di legge già deficitaria procede spedito, adesso in un comitato ristretto, continuando a perdere pezzi. La IV Commissione Difesa, nella seduta n.172 del 9 Aprile, ha abbinato alle proposte di legge Corda e Tripodi (A.C.875 e A.C.1060 ) la proposta Pagani (A.C. 1702). In quella sede è stato illustrato il contenuto delle proposta “new entry” ed è stato nominato un “comitato ristretto”. La relatrice del testo base, On. Corda, ha rimarcato che lo scopo del “Comitato Ristretto” sarebbe quello di acquisire tutti gli elementi necessari per predisporre un nuovo testo della proposta di legge C.875, da adottare come nuovo testo base e da presentare nella giornata di giovedì 11 aprile, al fine di consentirne l’adozione da parte della Commissione. Insomma continua il rimpasto finalizzato a portare una pietanza con materie prime già avariate in tema di diritti. Ciò è inammissibile! I cittadini militari vogliono un sindacato quanto meno paritetico alle forze di polizia ad ordinamento civile. Il diritto di associazione sindacale dopo la sentenza 120/2018 è un diritto riconosciuto anche ai militare pertanto vogliamo ricordare, in primis al legislatore, che “i diritti fondamentali del cittadino militare non recedono di fronte alle esigenze della struttura militare” (Corte Costituzionale n. 449/1999; 332/2000; 445/2002).

COMUNICATO 2 SAM


Disobbediente perché rifiuta la licenza, assolto in appello

  “Disobbedienza continuata aggravata” con questa imputazione un CMS che rifiutò la licenza venne condannato in primo grado a sei mesi di reclusione. Ciò in quanto “dopo essere stato posto in licenza d’autorità si presentava in servizio il 12 e il 13 giugno 2017 rifiutando di obbedire all’ordine, attinente al servizio e alla disciplina, di non presentarsi sul luogo di lavoro, di non permanere e di allontanarsi dalla caserma, intimato di più volte dal maresciallo comandante di plotone, dal capitano comandante di compagnia, dal tenente colonnello comandante di battaglione, cui opponeva espressi e categorici rifiuti. Con l’aggravante di essere militare rivestito di un grado.

Quindi pur essendo in licenza si presentò comunque in servizio e nonostante ricevette l’ordine di allontanarsi, rimase in caserma tutto il giorno. Allo stesso modo si comportò l’indomani, pretendendo di svolgere regolarmente il proprio servizio. Solo allora venne inviato dal comandante di reggimento, il quale, al termine del interlocuzione avuta con il sottoposto, ribadire l’ordine di lasciare la sede, ordine che lo stesso eseguì.

La sentenza di primo grado sottolineò, in particolare,  quanto riferito dal  comandante di Reggimento durante il dibattimento, il quale ribadiva di aver dato precise disposizioni affinché i militari che avevano un consistente monte ore di lavoro al proprio attivo fossero invitati a fruire di licenze. Ciò in quanto di lì a poco sarebbero intervenute esigenze operative che avrebbero impegnato il Battaglione e sarebbe stato inopportuno che non si creassero disservizi a causa di carenza di personale.

Avverso la sentenza i difensori dell’imputato l’Avv. Leonardo BITTI e l’avv. Giacomo CROVETTI, hanno proposto appello ponendo  in primis  in rilievo il fatto che il militare  si era regolarmente presentato in servizio considerando che  non aveva mai fatto specifica istanza e, altresì,  aveva rappresentato ai superiori gerarchici  che per impossibilità organizzativa con il proprio nucleo familiare, di non avere nessuna necessità di usufruire della licenza ordinaria  e ordinata dal 10 al 18 giugno 2017 .

La Corte Militare d’Appello ha assolto l’imputato dei reati ascritti perché il fatto non sussiste.

Secondo quanto sostenuto nel gravame, l’imputato sarebbe stato collocato illegittimamente in posizione di licenza nel periodo dal 10 al 18 giugno 2017, considerato che la normativa in materia non prevede che il provvedimento possa essere emanato in assenza di una richiesta dell’interessato è che, peraltro, le ragioni di servizio addotte dal Comando a sostegno della necessità di tale atto erano, secondo la difesa, infondate in relazione alla specifica posizione del prevenuto, in quanto le attività operative addestrative programmate nei mesi successivi non avrebbero mai potuto riguardare il ricorrente il quale dal marzo 2016 a tutt’oggi, risulta essere costantemente esonerato da tali compiti a seguito di un infortunio.

La Corte Militare d’Appello ha chiarito che i fatti non hanno provato gli episodi di disobbedienza. Ciò  rende plausibile che il complessivo comportamento del militare non fu dettato dalla volontà di contrapposizione nei confronti dei superiori ma dalla non perentorietà degli interventi che precedettero quello del Colonnello Comandante e dalla ferma convinzione della non conformità alla normativa in vigore del provvedimento di licenza adottato in assenza di una sua libera e formale richiesta, come dimostrato dalla circostanza che qualche giorno dopo l’accaduto l’imputato sporse denuncia nei confronti del Comandante per abuso d’ufficio.


Strade sicure: perché no nel “Decreto Sicurezza”? Interrogazione Sen. GARAVINI

Atto Senato Interrogazione a risposta orale 3-00684 presentata da LAURA GARAVINI martedì 19 marzo 2019, seduta n.099

GARAVINI – Al Ministro della difesa. – Premesso che:

dal 2008 è stata varata l’operazione “Strade sicure” che prevede l’impiego di un contingente delle forze armate nella vigilanza ai siti sensibili e in servizi di perlustrazione e pattuglia in concorso con le forze di polizia, secondo un piano di utilizzo adottato dal Ministro dell’interno di concerto con il Ministro della difesa;

dall’inizio dell’operazione, tale contingente ha contribuito alla prevenzione di episodi di criminalità, garantendo la sicurezza della popolazione con circa 15.500 arresti, l’identificazione e controllo di quasi 3.300.000 individui, 1.200 armi e circa 2.300 chili di sostanze stupefacenti sequestrati e 13.000 veicoli controllati;

nel corso degli anni, a fronte degli importanti risultati raggiunti, l’impiego dei militari nell’operazione è stato progressivamente incrementato, arrivando oggi a circa 7.200 unità;

a fronte di un indubbio successo dell’operazione, non solo in termini di ordine pubblico, ma anche in ambito di sicurezza internazionale (basti pensare che l’Italia è sostanzialmente l’unico tra i principali paesi europei a non essere stato oggetto di attentati terroristici), si rilevano però alcune criticità con riferimento alle condizioni logistiche e retributive del personale dell’Esercito italiano impegnato nell’operazione;

i turni di servizio, inizialmente di 120 giorni, sono oggi di 180 giorni, con evidenti ripercussioni per quanto riguarda il recupero delle energie psicofisiche e la fruizione di adeguati turni di riposo;

il trattamento economico dei militari impiegati in “Strade sicure” prevede, in base alla dislocazione sul territorio nazionale (se in o fuori sede), un’indennità lorda pari a 13 euro o a 26 euro e il pagamento di sole 14,5 ore a titolo di straordinario a fronte di un totale di ore di straordinario molto superiore;

le indennità retributive previste per la partecipazione all’operazione vengono corrisposte con un inaccettabile ritardo;

con il “decreto sicurezza” (decreto-legge n. 113 del 2018, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 132 del 2018) sono state stanziate risorse per i compensi per le prestazioni di lavoro straordinario svolte solo dagli appartenenti alla Polizia di Stato, escludendo il personale delle forze armate;

lo sforzo profuso dai militari dell’Esercito italiano nell’operazione dal suo avvio ad oggi e gli importanti risultati acquisiti meritano il rispetto di corrette condizioni di lavoro,

si chiede di sapere come il Ministro in indirizzo intenda affrontare la problematica descritta in premessa.

(3-00684)